Parità, tante parole e pochi fatti

Per una reale parità di genere c’è ancora molto da fare.  Nel mondo istituzionale e del lavoro la maggior parte delle posizioni di potere e di prestigio è occupata da uomini.

 

di Graziella Priulla

Leggiamo documenti internazionali come le innumerevoli Carte dei Diritti, o le Strategie dell’Unione Europea, o le Risoluzioni del Consiglio d’Europa; leggiamo il documento conclusivo della Conferenza di Pechino, che nel lontano 1995 affermò il principio del ‘genere’, ossia l’esortazione “a guardare il mondo non solo con occhi di maschio, ma anche con occhi di donna”.

Leggiamo espressioni come ‘non discriminazioni’, ‘pari opportunità’, a partire dalla nostra Carta fondamentale, la Costituzione (“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”).

Abbiamo ottenuto Commissioni per la pari opportunità in tutte le sedi.

Essere ‘pari’ ovviamente non significa essere ‘uguali’, ma poter godere della libertà di essere diversi. La pari dignità non viene stabilita sulla base di un’omogeneizzazione delle persone, ma sull’identificazione della differenza come valore.

Eppure … questo accade de jure. Ma de facto?

Secondo il Global Gender Gap Report del 2016, nel ranking complessivo delle disuguaglianze di genere l’Italia si colloca al 50° posto su 144 Paesi.

C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la scarsa presenza di donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione e nei ruoli di leadership. La maggior parte delle posizioni di potere e di prestigio è occupata da uomini.

C’è qualcosa che non va negli assetti della cultura: su 881 individui cui è stato assegnato un premio Nobel dal 1901, le donne che l’hanno conseguito sono state solo il 5,4%. E nei nostri libri di storia, di letteratura, di arte le donne spariscono.

Le discipline – dalla grammatica al diritto – trasmettono ancora un sapere che si pretende neutro, quel falso neutro che in realtà è un maschile.

C’è qualcosa che non va nelle scelte formative, se sono ancora influenzate da antichi stereotipi: le donne continuano in stragrande maggioranza a studiare per fare mestieri e professioni aderenti a quell’immagine sociale di caregiver (titolare del lavoro di cura e dell’assistenza), che si ritiene incompatibile con la figura maschile. Tante insegnanti, tante assistenti sociali, poche ingegnere.

C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro, se permangono le disparità nelle retribuzioni, nelle carriere e nelle pensioni, e se le donne sono più frequentemente disoccupate o sottoccupate. L’Italia è in materia il fanalino di coda dell’Europa. La quota di donne che il lavoro nemmeno lo cercano più è 4 volte più elevata rispetto alla media europea.

C’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se i pregiudizi sessisti sono ancora così radicati nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini.

Nei media italiani, soprattutto televisivi, le donne sono spesso rappresentate come oggetti sessuali. Nei social sono oggetti di odio e di scherno più di qualunque altro gruppo umano.

C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se continuano a riprodurre un’asimmmetrica divisione dei ruoli e dei destini tra i generi. Le donne italiane dedicano ai lavori di cura della casa e dei familiari un numero di ore 5 volte superiore a quello dei loro compagni. Una su 5 smette di lavorare dopo la maternità.

C’è qualcosa che non va nell’immaginario sessuale: parlare di sessualità con i propri figli e le proprie figlie è ritenuto ancora da molti genitori, anziché un discorso di gioia, un fatto imbarazzante. Una famiglia su tre non ha mai affrontato il tema. I ragazzi e le ragazze, che pure sembrano disinibiti e praticano rapporti completi fin da un’età giovanissima, sono assai disinformati, e la loro fonte è spesso un sito pornografico. La doppia morale tra maschi e femmine è ancora diffusa tra loro.

C’è infine qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto del genere maschile con se stesso e con le donne, se le reazioni alla libertà femminile sono talmente cruente da arrivare spesso addirittura all’assassinio.

Modificare un ordine profondo come l’ordine simbolico richiederebbe tempo, parole e gesti responsabili. Purtroppo in giro c’è tutt’altro, e si parla addirittura di backlash, regresso.

Ben vengano dunque pubblicazioni come queste, donne impegnate e coraggiose come queste.

Sono con voi.

 

Graziella Priulla è una sociologa della comunicazione e della cultura, docente prima associata e poi ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania.

 

 

 

 

 

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